Una classe di scuola a Cumbel, nella Val Lumnezia, fotografata nel 1945.

Collana 12 – Percorsi formativi delle generazioni precedenti
«Spesso la sola aspirazione professionale non era sufficiente»

In che misura le giovani e i giovani avevano in passato influenza sul proprio futuro professionale? Quale ruolo hanno svolto in questo contesto la famiglia, il contesto sociale e i propri desideri? Il nuovo volume della serie «Collana» dell’Alta scuola pedagogica dei Grigioni affronta queste domande attraverso 18 storie di vita. Nell’intervista, la responsabile del progetto Ursina Kerle racconta cosa l’ha particolarmente colpita delle biografie formative delle generazioni passate e perché confrontarsi con esse sia ancora oggi importante.

Cordula Hitz sapeva già da bambina cosa voleva diventare: maestra elementare. Ma per questa figlia di contadini, nata nel 1939 a Grüsch, questo percorso non era affatto scontato. Suo padre non vedeva di buon occhio una formazione di lunga durata per le ragazze, e l’istituto magistrale di Schiers era troppo costoso per la famiglia. Cordula non si lasciò scoraggiare. Sua madre e sua nonna la sostennero, così come un ispettore scolastico che, vista la carenza di insegnanti, voleva attirare giovani verso la professione. Alla fine frequentò la scuola magistrale di Coira e durante la formazione visse presso sua nonna. Lavorò come insegnante per quattro anni. Poi si sposò, divenne madre e abbandonò in gran parte la professione.

Anche Mario Hitz, di Sedrun, sognava una vita diversa. Nato nel 1955, voleva diventare insegnante di educazione fisica. Ma i suoi genitori e conoscenti ritenevano quella professione troppo precaria e gli sconsigliarono di intraprenderla. Iniziò invece un apprendistato come disegnatore di macchine nell’Unterland. Dopo un anno tornò a Sedrun a causa della forte nostalgia di casa e proseguì la sua formazione come meccanico attrezzista. Imparò ad amare la sua professione, anche se il suo sogno originario rimase irrealizzato.

Cordula e Mario sono due delle 18 persone le cui storie di vita vengono raccontate nel nuovo volume della serie «Collana» dell’Alta scuola pedagogica dei Grigioni. I ritratti mostrano come le origini, la famiglia e le aspettative sociali abbiano plasmato i percorsi formativi e professionali delle generazioni passate. Sono il frutto di colloqui con persone nate tra il 1920 e il 1970. SLe studentesse e gli studenti dell'ASP Grigioni hanno elaborato complessivamente 35 ritratti biografici formativi, di cui 18 sono stati pubblicati.

Nell’intervista, la responsabile del progetto Ursina Kerle racconta cosa l’ha particolarmente colpita di queste storie di vita e perché confrontarsi con esse sia prezioso anche per le future e i futuri insegnanti.

 

 

Ursina, se consideri le 18 storie di vita descritte nel nuovo numero della Collana: cosa ci raccontano su come i giovani dei Grigioni, tra il 1920 e il 1970, potessero plasmare il proprio futuro?

Le storie di vita descritte illustrano molto bene il contesto di socializzazione giovanile dell'epoca. Questo ha influenzato in modo determinante le condizioni in cui le e i giovani sono cresciuti e il percorso di vita che hanno intrapreso. Il luogo di residenza, la situazione familiare, l’ambiente circostante e, non da ultimo, il genere giocavano allora un ruolo ancora molto più importante rispetto ad oggi. Mi ha colpito soprattutto il modo in cui le persone di allora hanno affrontato la propria situazione personale e ciò che ne hanno fatto.

Perché ti ha colpito?

Sebbene molte delle persone intervistate non siano riuscite a realizzare i propri sogni, nei loro racconti non si percepisce alcuna insoddisfazione per la loro situazione. Molti hanno trovato la felicità anche seguendo un percorso di vita diverso. Questo può sorprendere dal punto di vista odierno. Tuttavia, la maggior parte di loro non metteva in discussione le circostanze dell’epoca né le opportunità formative disponibili. Ad esempio, in molte famiglie le ragazze dovevano fare un passo indietro quando si trattava della loro istruzione, mentre ai ragazzi veniva data la precedenza. Ciò corrispondeva alle aspettative sociali. Si partiva dal presupposto che in seguito gli uomini avrebbero provveduto al reddito, mentre le donne si sarebbero occupate della casa, della fattoria e dei figli. In queste storie di vita si riflette quindi anche la società di allora con le sue idee e il suo modo di pensare.

C’è stato qualcosa, nell’analisi di queste storie di vita, che ti ha colpito personalmente?

Sì, nelle generazioni più giovani di questi ritratti ho ritrovato anche la mia storia di vita. Sono nata nel 1965, il più giovane che abbiamo intervistato è nato nel 1966. Molti di questi ritratti avrebbero potuto descrivere anche la mia situazione di vita da bambina. Io stessa non ero una ragazzina tipica e spesso mi infastidiva il fatto che ai ragazzi fosse permesso fare cose che alle ragazze erano negate.

Allo stesso tempo, facevo parte di una generazione per la quale si aprivano nuove possibilità. Eravamo, ad esempio, le prime ragazze a poter frequentare le lezioni di geometria e a seguire determinate materie opzionali. Questo mi ha permesso in seguito di frequentare l’istituto magistrale e mi ha infine aperto l’accesso agli studi universitari. All’epoca non mi rendevo affatto conto di quale importanza avrebbero avuto questi cambiamenti per il mio futuro percorso formativo.

Se si considera come funzionava la società all’epoca, è in realtà sorprendente che oggi io mi trovi dove sono: come collaboratrice scientifica presso un’alta scuola pedagogica. Osservare e comprendere il mio percorso formativo in questo contesto è stato molto toccante e mi ha fatto riflettere.

 

La tua storia personale dimostra quanto le opportunità formative all’epoca dipendessero dalle condizioni sociali. Anche in diversi ritratti emerge l’impressione che all’epoca non si potesse certo parlare di libera scelta professionale. In che misura il percorso di vita futuro era effettivamente determinato dall’origine, dalle possibilità economiche, dal luogo di residenza e dal sesso?

Questi fattori erano davvero determinanti. Nelle famiglie che possedevano un’azienda propria, ad esempio, spesso la priorità era la sua continuazione. Ne andava dell’esistenza dell’intera famiglia. Le aspirazioni professionali personali dovevano spesso cedere il passo a questo interesse superiore. A ciò si aggiungevano le possibilità finanziarie e la posizione geografica. Proprio nei Grigioni, i percorsi per raggiungere le scuole secondarie o i centri di formazione erano spesso lunghi e comportavano costi notevoli.

Per le ragazze, inoltre, erano le concezioni sociali a determinare quali professioni fossero effettivamente da prendere in considerazione. La scuola magistrale o la scuola di commercio, ad esempio, offrivano loro opportunità formative perché considerate adatte alle ragazze. Molti giovani, però, non conoscevano affatto altre possibilità. Anche i genitori promuovevano una formazione superiore in modo molto meno mirato rispetto ad oggi. La scelta professionale si basava quindi meno sugli interessi personali e più su ciò di cui la famiglia aveva bisogno, su ciò che la società si aspettava e su ciò che era effettivamente raggiungibile.

Particolarmente evidenti sono le storie di vita di donne a cui è stata negata una formazione, in parte con la motivazione che in seguito si sarebbero comunque sposate. Cosa rivelano queste biografie sulle opportunità formative delle ragazze nei Grigioni di allora?

In alcuni casi si è arrivati a situazioni davvero estreme. Alcune ragazze dovevano lavorare in famiglie altrui per contribuire a finanziare la formazione dei propri fratelli o, più in generale, per provvedere al sostentamento della famiglia. I propri desideri formativi passavano in secondo piano. Ciò dimostra quanto all’epoca fosse dato per scontato che l’istruzione dei ragazzi fosse più importante e quanto la sopravvivenza della famiglia e le aspettative sociali determinassero il percorso formativo delle ragazze.

 

Allo stesso tempo, nelle storie di vita ricorrono spesso persone che hanno fatto la differenza: insegnanti, sacerdoti, parenti o altre figure di riferimento. Quanto sono stati importanti questi «terzi rilevanti» per il futuro delle e dei giovani?

Hanno potuto svolgere un ruolo decisivo. Spesso erano insegnanti, sacerdoti, parenti o conoscenti che sapevano di più sulle opportunità formative e ai cui consigli i genitori prestavano ascolto. A volte bastava un semplice suggerimento, ad esempio che a Coira c’era una scuola di commercio o per insegnanti. Tali incontri aprivano ai giovani strade che forse non avrebbero intrapreso nel loro ambiente immediato. Soprattutto per le bambine e i bambini che quasi non uscivano dal proprio villaggio, queste persone potevano aprire porte importanti.

Quindi erano in parte incontri casuali a determinare il percorso di vita successivo?

Sì, assolutamente. Potevano essere incontri nella cerchia di conoscenti, ma anche durante un soggiorno di vacanza presso i parenti. Bisogna tenere presente che all’epoca non esisteva ancora una preparazione sistematica alla scelta professionale, come quella che conosciamo oggi nella scuola secondaria. Le giovani e i giovani non venivano sostenuti in modo mirato nell’esplorazione delle proprie capacità e dei propri interessi né nella scoperta di diverse professioni. Erano quindi tanto più importanti le persone che mostravano loro nuove possibilità.

C’è una storia di vita tra i ritratti che ti è rimasta particolarmente impressa?

Sì, ad esempio la storia di un ragazzo che aveva frequentato la scuola in diversi cantoni. Quando arrivò nei Grigioni, la sua pagella precedente non fu riconosciuta e dovette sostenere nuovamente l’esame di ammissione alla scuola secondaria. Sebbene fosse un bravo studente e avesse i requisiti per la scuola cantonale, suo padre voleva che imparasse prima qualcosa di «serio». Il suo desiderio di diventare pilota fallì infine anche a causa di una malattia renale, per la quale fu dichiarato inidoneo al servizio.

Da questa storia si vede molto bene come diversi fattori abbiano influito: le differenze cantonali nel sistema scolastico, le concezioni sociali su una formazione sensata e, infine, le limitazioni di salute. Il desiderio professionale personale da solo spesso non era determinante.

All’elaborazione delle storie di vita hanno partecipato anche studenti dell'ASP Grigioni. Cosa possono trarre le future e i futuri insegnanti dall’analisi delle biografie formative delle generazioni precedenti per il loro lavoro odierno?

Dalla ricerca biografica sappiamo che le e gli insegnanti che si confrontano con la propria biografia formativa sono in grado di comprendere e accompagnare meglio le proprie allieve e i propri allievi. È proprio l'aspetto che questo progetto desidera stimolare. Intervistando persone delle generazioni precedenti, studentesse e studenti scoprono in quali condizioni queste sono cresciute, come hanno vissuto la scuola e quali opportunità avevano a disposizione.

Allo stesso tempo, vengono stimolati a riflettere sul proprio percorso personale. Questa riflessione può aiutarli a sviluppare una visione più articolata delle situazioni di vita delle proprie allieve e dei propri allievi e a comprendere meglio le loro condizioni individuali.

Se leggiamo queste storie di vita dal punto di vista odierno: quali domande, che all’epoca preoccupavano le persone, sono scomparse e quali si pongono forse ancora oggi le giovani generazioni nel plasmare il proprio futuro?

Le concezioni sociali su quali professioni siano adatte alle ragazze o ai ragazzi sono cambiate notevolmente. Oggi, in linea di massima, alle giovani generazioni si aprono molti più percorsi formativi. Ciononostante, ci sono temi che rimangono attuali ancora oggi. Tra questi vi è, ad esempio, l’importanza della famiglia. Se un genitore si ammalava gravemente o veniva a mancare, in passato le e gli adolescenti dovevano spesso mettere da parte i propri desideri per dare una mano in casa o per garantire la continuità dell’azienda di famiglia.

Anche oggi le tragedie familiari possono influenzare i progetti futuri delle e dei giovani. Tuttavia, oggi esistono molte più offerte di sostegno e possibilità di proseguire comunque il proprio percorso formativo. La questione di come conciliare i desideri personali con gli impegni familiari rimane quindi attuale, sebbene in un contesto diverso.

Profilo personale

La dott.ssa Ursina Kerle è ricercatrice presso il prorettorato Ricerca e Sviluppo dell’Alta scuola pedagogica dei Grigioni (ASPGR). Insegnante di scuola elementare di formazione, ha studiato psicologia pedagogica, pedagogia generale ed ecologia all’Università di Berna e ha conseguito il dottorato nel 2005 all’Università di Zurigo. Dal 2002 ricopre diverse funzioni presso l'ASPGR, tra cui quella di docente e responsabile del dipartimento «Scuola alpina». È autrice e responsabile del progetto «Collana 12».

Uno sguardo al libro

Collana 12 

Infanzia e prospettive di crescita – Equilibri nella costruzione del proprio percorso di vita 
tra il 1920 e il 1970 nei Grigioni

Dati bibliografici

  • 198 pagine
  • Formato: 15,5 x 22,5 cm
  • Autrici: Ursina Kerle, Annemarie Augschöll Blasbichler
  • ISBN: 978-3-033-12478-3
  • Pubblicazione: ottobre 2026

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